INDIETRO

POSTA

Colleghi, fate sentire la vostra voce inviando le vostre considerazioni a  info@assomedrho.it

 

LA POSTA DEI NOSTRI LETTORI

mandateci le vostre impressioni, le vostre considerazioni, i vostri problemi; cercheremo di farne tesoro tutti quanti.


In relazione all'articolo apparso sul Corriere della Sera del 12 marzo 2008

Emergenza sanità: "Tagliati i medici di famiglia. I pazienti protestano" (di Simona Ravizza)

riportiamo questa lettera inviata al Corriere e per conoscenza alla redazione di Settegiorni:

 

Sono rimasto stupito, abituato a leggere ben altri sevizi della signora Simona Ravizza, dalle troppe inesattezze riportate nell’articolo. I medici, è risaputo, sono un po’ come i carabinieri, categorie contro le quali è facilissimo sparare nel mucchio. Va detto che spesso non facciamo nulla per evitarlo, anzi, come i carabinieri, anche noi siamo i primi a ridere a raccontar barzellette che ci riguardano. Anche un grande scrittore come Tolstoj (e non me ne voglia il defunto per l’irriverente accostamento alle autrici dell’articolo) si lasciava andare al sarcasmo verso i medici a proposito di uno dei suoi più famosi personaggi scrivendo “benché i dottori lo curassero, gli cavassero sangue e gli facessero prendere molte medicine, tuttavia guarì”.

Lascio a chi di politica vive rispondere al Corriere; non mancheranno, immagino, prese di posizione da parte dei sindacati più importanti della nostra categoria (la CGIL è rappresentativa dei Medici quanto lo è dei Giornalisti) e del nostro ordine professionale.

Scrivo come medico di medicina generale ormai un po’avanti negli anni ma non troppo (credo che il divario di età tra me e chi ha scritto l’articolo non sia esagerato), al punto di aver accumulato abbastanza esperienza sul buon funzionamento e purtroppo anche sulle inefficienze della sanità.

Non conosco bene il contratto che lega un giornalista alla propria testata, ma credo che un inviato abbia un orario minimo da rispettare e che tutti quanti poi lavorino molte ore di più. Per noi le quindici ore settimanali (distribuite su cinque giorni) sono l’orario minimo di apertura al pubblico dello studio che deve essere garantito; la regione Lombardia poi ha di fatto elevato questo orario portandolo a 18 ore già da tempo.

Non è questo però il punto. Non so con quale collega medico di medicina generale la signora Ravizza abbia consuetudine. Probabilmente (e di questo me ne rallegro con lei) la sua salute non la costringe a rivolgersi a lui. Diversamente saprebbe che è altamente improbabile trovare la sala d’aspetto affollata e le “attese infinite” perché la quasi totalità dei medici di medicina generale riceve su appuntamento. Sul fatto che a volte l’appuntamento non possa venir evaso in giornata e si debba attendere, raramente, anche uno o due giorni (salvo casi urgenti) mi pare normale. La visita dal proprio ginecologo privato, dal proprio dentista privato ha dei tempi d’attesa legati alla ineluttabile contesa fra le mani che sono due e le ore del giorno che sono ventiquattro. D’altronde (ma nessun lettore intelligente se ne lamenta) anche le lettere al Corriere non possono essere sempre pubblicate il giorno di arrivo: a volte non c’è spazio e vengono lasciate in attesa per qualche giorno, se non vengono cassate (cosa che non accade invece mai per le richieste di visita medica).

Non è per far polemica ma l’articolo pare un esempio di cattiva informazione, probabilmente la fonte non era stata adeguatamente verificata forse per un eccesso di fiducia. Immaginare che immettere un alto numero di nuovi medici sul territorio risolva i problemi della sanità mi pare quantomeno un’ingenuità, se non si tratta di pura demagogia. Poiché l’apertura di uno studio medico e la sua gestione sono totalmente a carico del medico stesso, è assai improbabile che un giovane medico possa senza una ragionevole aspettativa di avere un buon bacino di potenziali clienti sopportare queste spese. Il collega Cavallini parla di 700 euro al mese. Con questi soldi non si trova in affitto uno studio in nessun comune dell’hinterland Milanese, poi ci sono le spese per la gestione dello studio e quindi i 36 euro lordi a paziente si riducono di molto (su questa cifra ovviamente vanno calcolate e pagate le imposte, compresa la contestata IRAP a cui sono assoggettati i medici di famiglia).

Ascoltando durante il tragitto da casa allo studio (alle 7 del mattino e alle 8 di sera) Radio24, sento quotidianamente che lo speaker durante il giornale radio, molto giustamente, ribadisce che i giornalisti italiani stanno lavorando con un contratto scaduto da più di mille giorni: il nostro è scaduto il 31 dicembre 2005. Come ben sa la signora Ravizza in Italia non esistono garanzie affinché il lavoratore nelle more del rinnovo contrattuale possa recuperare almeno la quota dell’inflazione che il malcostume italiano (in questo accomunando noi medici alla categoria dei giornalisti e a tante altre) fa sì che i contratti non vengano mai rinnovati alla scadenza.

Penso che i pazienti che protestano lo abbiano fatto (non se ne abbia a male) più nella sua fantasia che nella realtà. Se un lettore non è soddisfatto delle pagine del Corriere può tranquillamente decidere di non acquistarlo più e comprare un altro quotidiano; così il paziente può senza alcuna limitazione, senza dover addurre ragione alcuna, cambiare medico ogni volta che lo desideri senza vincolo di durata né di numero di cambi e l’operazione è totalmente gratuita. Ma tutti questi sono aspetti marginali della questione, il vero problema è come organizzare la medicina di famiglia perché possa essere ancora più aderente alle necessità dei cittadini.

Nel 2004 l’assessore regionale Prosperini aveva lanciato una proposta di legge per permettere che nei loro studi i medici di medicina generale potessero effettuare prestazioni diagnostiche di primo livello (elettrocardiogramma, ecografia, ecc.) rimborsate dal SSN.

La proposta non ha avuto seguito ed i pazienti per sottoporsi ad accertamenti devono ancora sopportare liste d’attesa lunghissime. Questo è il problema per cui i pazienti protestano

Non voglio neppur prendere in considerazione infine le parole attribuite al signor Giorgio Rancati che dimostrano, se correttamente riportate, la sua assoluta ignoranza non solo della realtà ma anche della normativa vigente. Il medico di medicina generale è tenuto ad avere una cartella clinica dei propri pazienti e ad aggiornarla; nel caso di contestazioni questa documentazione può essere richiesta nei termini previsti dalle leggi da parte degli organi inquirenti. Ma c’è di più, il medico di medicina generale è nella categoria delle professioni sanitarie l’operatore più informatizzato. La percentuale di medici di medicina generale (e di pediatri di libera scelta) che utilizzano quotidianamente il computer è altissima, ben oltre l’85 per cento su base generale, ma con punte nelle nostre zone che arrivano a sfiorare il 100%. Sempre a dimostrazione della scarsa informazione che trapela dall’articolo, per mantenere la convenzione i medici di medicina generale devono dotarsi di strumenti informatici per la gestione della cartella clinica e la stampa delle prescrizioni; sono esentati da questo obbligo solo i medici ormai in vista del pensionamento.

Ma c’è ancora qualcuno che si stupirebbe leggendo che un commercialista o un avvocato ha sulla sua scrivania un computer o che i giornalisti nella quasi totalità hanno abbandonato la Lettera 32 per un PC? Si stupirebbe solo chi, pensando che nulla sia cambiato dall’inizio del secolo (scorso), non ha mai messo piede nella redazione di un giornale. Così è per chi molto poco frequenta (buon per lui) gli studi dei medici di medicina generale.

Neppure corrisponde al vero che per i pazienti over 75 la quota lievemente maggiorata (1,29 euro lordi in più al mese a paziente ultrasettantacinquenne) sia legata alla visita domiciliare periodica. Questo è un servizio distinto che il medico può attivare in concerto con l’ASL nei confronti di persone che abbiano particolari disabilità o patologie che ne pregiudichino la possibilità di raggiungere autonomamente l’ambulatorio. L’unica cosa vera delle parole attribuite al signor Rancati dalla signora Querzé è che sui medici condotti non c’è controllo: il medico condotto è una figura che è scomparsa dopo la legge istitutiva del SSN (legge 833 del 1978).

Non si pretende di trovare dietro ad ogni inchiesta un Woodward o un Bernstein, ma il sospetto che le autrici degli articoli anziché mimetizzarsi fra i pazienti abbiano scritto queste righe guardando il “Medico della mutua” come se fosse un film appena uscito e immaginando che il dott. Tersilli sia ancora fra di noi è pesante. E c’è da pensare che non abbiano avuto neppure il tempo di leggere i magazines della RCS, altrimenti non sarebbe sfuggito loro qualche mese fa (vedi il Mondo del 30 novembre 2007) un’interessante sondaggio commissionato non dai medici ma dall’Ordine dei notai dal quale è emerso che la categoria dei medici è quella in cui gli Italiani ripongono la maggior fiducia. Molti altri sondaggi poi hanno provato che il medico di medicina generale è quello che, secondo la cittadinanza, gode della maggior affidabilità fra le figure della sanità italiana.  

Immagino che sugli aspetti più tecnici, come il fatto che buona parte dei medici di medicina generale si stia organizzando (o lo abbia già fatto) in poliambulatori associati per garantire un’apertura degli studi al pubblico per l’intera giornata o che le regioni possano intervenire nella correzione del rapporto ottimale (non era a conoscenza il rappresentante CGIL dell’impostazione della Toscana, ancor meno disponibile della Lombardia all’ingresso di nuovi medici di medicina generale?), sul fatto che il sabato (sia pur il 22 dicembre) anche le banche restino chiuse si esprimeranno i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, anche se mi pare difficile, conoscendoli, immaginare il dr. Corti o il dr. Rossi sobbalzare sulla sedia solo per così poco.

Fiducioso che una prossima inchiesta sui problemi della sanità in Lombardia non presenti il rapporto fra medici e pazienti come un rapporto ostile, ma al contrario un viaggio comune per una salute migliore, porgo i miei saluti.

Dr. Marco Chicco